25/06/11

il campeggio e le pleiadi


Dove le acque del Tevere si uniscono a quelle del torrente Farfa, si apre la riserva naturale di Nazzano, con le colline verdi che degradano verso il letto del fiume. Qui ce ne siamo andati a passare quattro giorni in campagna: studenti, maestre, maestri ed amici per rilassarci un po' lontani da Roma: a respirare aria buona, cantare e ballare tutti insieme, a cucinare la pizza nel forno a legna, dormire sotto al sole, mangiare ciliegie, assaporare i profumi della cucina afghana di Shadam...

Ma oltre a riposarci abbiamo fatto dei laboratori: uno sulla creta e uno sulla tecnica di stampa serigrafica. Sotto l'abile guida di Barbara, venuta da Milano apposta per noi, abbiamo imparato ad impastare l'argilla: sotto il sole, con i piedi nudi abbiamo pestato il miscuglio di acqua terra e fieno, su cui abbiamo danzato al ritmo di musica, attenti a che non si formassero grumi, tenendoci per mano per non scivolare. E chiacchierando, scherzando, modellando la creta, abbiamo dato forma ad una grande poltrona d'argilla, con la figura di un'enorme dea dai lunghi capelli, che offre il suo grembo a chi vuole sedersi. E sempre con la creta abbiamo costruito un forno a forma di demone che sputa fiamme dalle narici quando si accende il fuoco nel vano del suo ventre.

Un altro gruppo invece ha realizzato un tepee con dei pali di legno e una tenda variopinta, tutta decorata di splendidi disegni stampati con la tecnica serigrafica. All'ombra del teppee ci siamo riparati dal sole nelle ore più calde.

E così abbiamo trascorso quattro giorni intensi condividendo racconti, pensieri, impressioni e le danze che abbiamo imparato gli uni dagli altri: dal ballo curdo alla pizzica, dalla danza afghana ai ritmi dell'Africa!


***

PLEAIDI


Chiudiamo la scuola con tre giorni di campeggio, in campagna, fuori città. Un nuovo orizzonte per il nostro saluto, un nuovo orizzonte per i nostri occhi, un ricordo da lasciare, da raccontare. Tre giorni di pioggia e sole, di tende montate, di terra cruda e paglia lavorata ballandoci sopra a piedi nudi, di mani che insieme la modellano per costruire un trono materno e un tronco cavo a forma di uomo dalla cui bocca spalancata vedere uscire faville e fiamme. Tre giorni per stampare in serigrafia la stoffa che copre il tepee costruito con spaghi e filagne piantate nell’erba. La responsabilità, in tanti, di appropriarsi di un posto, rispettarlo e non consumarlo, darsi regole condivise senza doverle imporre. Lasciar fluire il tempo con ritmo: la festa. L’ultima notte, di cielo stellato, all’interno del tepee ci ritroviamo ad ascoltare una storia, in silenzio, con il coraggio di non chiederci null’altro se non lo stare seduti, vicini, in ascolto di una voce che ripercorre e racchiude il nostro cammino. Apprendere una lingua è imparare ad assaporarne anche le pause, a riconoscerne le sospensioni, le attese e le incertezze, così come vivere insieme, anche se per un tempo definito, significa concedersi una lentezza, aspettare, di gioire e addolorarsi in un cerchio muto. 


Le sette Pleiadi, stelle danzanti
C’era una volta, tanto tempo fa, un piccolo villaggio indiano costruito in uno spazio, aperto a colpi di machete, nel fitto della boscaglia. Qui vivevano contenti ragazzi e ragazze, contenti del fiume che bagnava il loro villaggio, contenti della pioggia forte che scrosciava dal cielo, contenti della terra fertile che dava frutti in abbondanza, contenti del fuoco che entrava e scaldava anche i loro sogni, contenti del vento che trasportava le loro canzoni al di là del villaggio. Di una sola cosa non erano contenti i ragazzi del villaggio: della severità e della prepotenza dei propri genitori. Nelle notti delle grandi danze, infatti, i genitori non permettevano loro di restare svegli a danzare fino all’apparire della luce splendente del Sole. Al Sole, grande padre, loro erano molto affezionati, e avevano già dedicato a lui molte canzoni e danze e anche qualche preghiera. I ragazzi sapevano che l’aurora era il momento più bello per danzare, perché era quello il momento in cui, il corpo stanco che ha resistito in movimento tutta la lunga notte, trova nuovo calore. Al calore del cuore che batte forte, del respiro, del volo delle danze, si aggiunge il calore dei primi raggi del sole che si affacciano tra i rami scuri e verdi della foresta. E il corpo brucia di questo doppio calore, si infiamma, e la danza di nuovo si accende. E una luce sembra vibrare tutt’attorno alle donne e agli uomini danzanti. Come potevano i ragazzi accettare di andare a dormire, quando ancora la luna splendeva nel cielo a metà della notte? Come potevano accettare di andare a dormire, quando avevano visto, di nascosto, gli occhi e i corpi dei loro genitori accendersi di questa nuova luce ballando fino all’alba? Basta! Era troppo! E al troppo ci si ribella! Così ragazzi e ragazze, con qualche bambino, iniziarono a riunirsi in segreto, a discutere e a preparare un piano di fuga. Iniziarono a raccogliere e a accumulare cibo e vestiti per il lungo viaggio. E così, quando tutto fu pronto, decisero di partire. Erano nervosi, impauriti e spesso litigavano, iniziarono a guardare il proprio villaggio con altri occhi... ma, alla fine, decisero di mettersi in marcia. Partirono all’alba, nell’ora proibita, perché fosse chiaro il punto della loro sfida. Camminarono sulla montagna, risalirono il torrente, attraversarono la foresta più fitta. Camminavano sulle pietre lisce e scivolose dei torrenti, camminavano in mezzo a erbe che graffiano le gambe, in mezzo a rocce taglienti che tagliano e feriscono i piedi. Molti di loro non resistettero e corsero indietro, al villaggio, alle loro case. Ma sette di loro, che già si sentivano grandi, quattro ragazze e tre ragazzi, continuarono ad aprirsi la strada per proseguire il viaggio. La notte sentivano, strida, urla e ululati di animali mai sentiti prima. E così dormivano abbracciati stretti stretti, per resistere alla paura e al freddo. Ma al mattino si svegliavano al suono di canti e cinguettii di uccelli mai sentiti prima, e così riprendevano il loro cammino. Era un viaggio veramente difficile, non sapevano nulla del mondo e non c’erano genitori e anziani a cui chiedere consiglio. Seguivano la direzione del vento e sembrava loro di non smettere mai di salire. Passarono molti soli e molte lune e i ragazzi non avevano ancora trovato il posto giusto per poter danzare e costruire il loro nuovo villaggio. Una cosa l’avevano imparata, sapevano che prima di costruire il villaggio. Dovevano trovare il posto giusto per la danza. Era così, nasce prima la danza e poi il villaggio. Ma come riconoscere il posto giusto? Spesso si fermavano e si guardavano intorno e tra di loro ma, senza parlare, capivano che non era quello il posto e riprendevano il cammino. Quand’ecco che, una mattina, si aprì davanti ai loro occhi, una bellissima pianura, circondata da boschi e montagne e tra le rocce e le pietre cento specchi d’acqua. Si fermarono e questa volta, senza parlare, capirono che era quello il posto giusto, il posto dove loro e i loro figli avrebbero danzato liberi fino all’alba. Una grande gioia li inondò, sentivano una nuova forza e lavorarono tutto il giorno  preparando un grande cerchio di terra rossa e morbida sulla quale danzare. Al tramonto iniziò la danza. I loro piedi battevano leggeri il terreno. La danza scaldava forte i loro corpi e bruciava la terra. Le gambe ballavano invitando il loro corpo a volare. Le braccia seguivano il flusso, come generosi affluenti di un fiume. Nelle loro schiene ondeggianti, sembravano essere entrati i serpenti. Fu una notte d’amore, di desiderio, una notte di passione. E l’amore fu così grande, così infuocata la passione e così meravigliosa la danza, che la grande Luna che li guardava dall’alto non avrebbe mai voluto che i ragazzi smettessero di danzare. La Luna non poteva neanche immaginare di vedere quei corpi giacere stanchi al mattino. Così la Luna decise di portare i ragazzi in cielo, vicino a lei, per continuare ad ammirare i fuochi che bruciavano nei loro occhi e nei loro cuori e perché anche tutte le genti della terra potessero guardarli. Senza che loro si accorgessero di nulla, la Luna li involò in alto, sempre più in alto nel cielo, e li trasformò in sette stelle, 7 stelle vicine tra loro, chiare, lucenti, che brillano di una danza senza fine ogni notte, fino all’alba. Queste stelle si chiamano Pleiadi. Dopo molte lune, quando i loro genitori e parenti raggiunsero il luogo della danza, nella regione dei cento laghi, riconobbero il cerchio dai sandali dei ragazzi rimasti lì a terra. Allora li credettero morti e li piansero. Ma al mattino un vecchio sapiente giunse fin lì per consolare le madri. Rideva e a tutti loro stupiti chiese di attendere sereni la notte. E quando arrivò il vecchio disse loro di allungare gli sguardi e di scrutare il buio della notte. Vicino al grande occhio lucente della luna c’era un piccolo gruppo di piccole stelle. “Guardatele bene, sono vicine tra loro come nessuna altra stella, sono chiare e lucenti e brillano di una danza incessante ogni notte fino all’alba.” I genitori compresero le parole del vecchio e felici della sorte toccata ai sette figli più audaci del loro villaggio, stettero più attenti, da allora, a vietare le danze ai bambini. 
 

* Tratto da: Con il cielo negli occhi, Astronomia per bambini,
Franco Lorenzoni, La Meridiana

05/05/11

Fora a chi tocca

Asinitas e Teatro delle Albe
vi invitano allo spettacolo



Nel corso di un laboratorio teatrale 40 ragazzi italiani e stranieri si sono incontrati, scoperti e conosciuti. Ispirandosi, lavorando, e reinterpretando liberamente l'opera di Majakovskij, hanno costruito insieme lo spettacolo, attraverso le lingue madri: dialetto romanesco, arabo, pasthu, francese, wolof, djioulà, amarico, italiano, curdo, inglese, farsi, singalese.
In scena gli allievi della scuola di italiano Asinitas,rifugiati, richiedenti asilo e migranti, assieme agli studenti del Liceo Classico Socrate e dell’Istituto Professionale Cinematografico Rossellini.
Lo spettacolo è frutto di un percorso guidato da Alessandro Argnani, attore del Teatro delle Albe, sul solco della non-scuola, percorso teatral-pedagogico dal carattere antiaccademico e dirompente rivolto alla figura dell’adolescente e alla sua furia creativa, che la compagnia ravennate porta avanti da vent’anni in vari luoghi del mondo.


domenica 8 maggio 
I spettacolo 18:30 - II spettacolo 19:30
Succursale Istituto Roberto Rossellini
Via di Libetta 14
info: contatti@asinitas.org
Fino a esaurimento posti

01/05/11

Un limite che ho superato

Foglie sparse
 
Bisogna amare le porte
perché sono il posto
dove nessuno si ferma.

Il posto da dove si passa
da dove si parte
dove avvengono
tutti gli incontri.

Bisogna odiare le porte chiuse
chiuse agli incontri
e chiuse a chi parte.
Abbé Pierre 



Cos'è una barriera? Porta chiusa tra due mondi e luogo del loro incontro. Limite del cuore e sfida ad andare oltre. Oppressione della libertà e impulso a riconquistarla.
Ogni persona nella vita incontra una porta chiusa, che si fabbrica da se o che altri gli impongono. La nostra grandezza sta nel trovare la forza di aprire quelle porte, buttare giù quelle barriere.
Oggi a scuola abbiamo riflettuto sulle porte chiuse della nostra vita: barriere psicologiche o reali che ci sembravano insormontabili, ma che abbiamo trovato il coraggio di abbattere. Sono state le mani e la creatività a dare voce alle nostre storie. Con il cartone, le foglie, i chiodi, le conchiglie, i fili di ferro, la carta crespa e la colla, ognuno ha realizzato il suo ostacolo e la sua ribellione, il suo modo di superarlo: Lilian ha costruito una moschea e una chiesa separate da un altissimo muro, in mezzo al muro una breccia e attraverso questa un filo colorato che congiunge le due chiese, il filo è lei; Ballake ha dipinto la porta sbarrata della lingua italiana, che ora si può aprire, e Buddhi il mare che separa l’ India e lo Srilanka: in mezzo al mare una barca che viaggia da una sponda all’ altra: apre la porta, abbatte la barriera.

Questa è la prigione di Diyarbekir, in Turchia.
Nel 1980 molti curdi sono stati arrestati,
senza bere, senza mangiare,
la polizia picchiava i curdi.
Un curdo che si chiama Mozlum Dogon
dentro la prigione si è dato fuoco
per aprire le porte della libertà,
tanti curdi hanno cominciato a resistere.
E adesso noi siamo curdi e più liberi
.
Mesut Kilia e Mikail Gurbuz – Kurdistan

Ho fatto una chiesa e una moschea.
C’è un muro, è una barriera che separa,
questa è una parte della mia vita
perché la mia famiglia è musulmana
e io non voglio essere di quella religione,
io voglio essere cristiana come mia madre.
Questo è un problema perché mio padre non vuole,
io però faccio quello che voglio
perché questa è la mia vita.
Per diventare cristiana
io vado a vivere da mio zio
e dopo vengo in Italia.

Lilian – Nigeria

Ci sono tanti muri nel mondo costruiti dall’uomo.
C’è un muro invisibile della lingua.
Senza lingua non puoi parlare liberamente
E far sapere a questa società chi tu sei.
Ti senti isolata e hai paura di non capire niente, sei limitata.
Non puoi prendere molte informazioni che vuoi.
La tua vita diventa difficile.
Io spero che noi tutti possiamo migliorare la lingua italiana.

Wendy – Cina/USA

Notte
tra Sudan e Etiopia,
cammino,
tante persone somale insieme.
Tutta la notte vedo
e sento rumore di serpenti
e amica ha problema,
urla.
Noi abbiamo portato lei,
cammino,
la mattina è morta.
La donna mia amica,
conosciuta per strada,
Nasra si chiama.

Faduma – Somalia

C’era un uomo che si innamorava di una donna
Ma non si capiscono le lingue.
Questa è una porta difficilissima.
Finalmente l’uomo ha dato un fiore rosso alla donna
per far capire che la ama troppo.

Seydou – Costa d’Avorio